lunedì 27 marzo 2017

Verbatim

Ormai credo che i miei dodici lettori l'abbiano capito: nutro un certo astio verso il cosiddetto complottismo, e con la mentalità del sospetto permanente e del disprezzo per la competenza che lo alimenta. Come per tutte le cose, l'astio suddetto segue una gerarchia: passo dal fastidio verso i negazionisti lunari o le varie incarnazioni del complottismo economico*, al furore Berserker nei confronti degli antivaccinisti e in generale delle presunte cospirazioni a sfondo medico.
Le scie chimiche hanno una collocazione a parte: credo siano la più delirante, la più sconclusionata, la più assurda tra tutte le teorie del complotto, e proprio per questo sono una cartina di tornasole utilissima: chi ci crede, e ci crede davvero, è ormai impermeabile a qualunque tentativo di ragionamento logico, e va lasciato ai suoi deliri, sperando solo che non faccia troppi danni. Vado a dimostrarlo lasciando la parola agli sciachimisti medesimi.
Tutto quanto segue è tratto, verbatim, da un recente video di Tommix, uno dei più noti e più versatili complottisti italiani**, in cui, con indubbia abilità di montaggio e altrettanto indubbio talento recitativo, si spiega che cosa sono, e, finalmente, anche che diamine servono le scie chimiche. Se, come spero, quanto segue vi provoca ilarità e un certo qual disagio nel pensare che ci sono persone che prendono per vere queste cose e votano, sono orgoglioso che facciate parte dei miei dodici lettori. Se, invece, queste citazioni e il resto del video vi sembrano convincenti e illuminanti, vi prego, stracciate immediatamente la vostra tessera elettorale.

[...] ecco a cosa sono servite le scie chimiche in tutti questi anni: sono le armi psicotroniche che hanno contribuito con i sistemi HAARP, con le telecomunicazioni digitali televisive e telefoniche a determinare gli strumenti di controllo interno all'uomo. Se non ve ne siete ancora accorti, ci hanno scatenato la guerra dentro. Siamo affetti da disturbi elettrici che ci portano a una ormai visibile narcosi di massa [...]

Queste armi chimiche contengono nanoparticelle metalliche che noi respiriamo e ingeriamo e che vanno a costituire una rete elettrica artificiale che si sovrappone alla nostra per inibire la vitalità umana attraverso una sindrome da adattamento graduale. [...] Queste armi diminuiscono infatti l'elettronegatività, che ci permette di assorbire protoni dal nostro habitat e quindi energia, vitalità. Più di vent'anni di atmosfera metallica stanno compromettendo la nostra ghiandola pineale, organo vicino al centro del cervello che ha la capacità di trasformare delle vibrazioni in impulsi elettrici. Il fine indotto dalla diffusione di nanoparticelle è quello di costituire in noi un sistema piezoelettrico artificiale.


* Correnti mirabilmente riassunte nella figura tragicomica dell'Onorevole Carlo Sibilia.
** Mica cazzi.

lunedì 9 gennaio 2017

Dieci anni di àiFon

Mi sono reso conto solo qualche ora fa che dopo il ventennale della mia presenza in Rete di ieri, oggi si celebra un anniversario appena più rilevante: il decennale dell'iPhone.
Non sono un fanboy Apple: non ho mai posseduto nulla della casa di Cupertino*, e anzi, ho sempre ritenuto i loro prodotti ottimi ma con un rapporto qualità/prezzo troppo sbilanciato dal marketing per essere interessante. Credo però che basti essere un minimo obbiettivi per ritenere il primo iPhone il marchingegno tecnologico più rivoluzionario dell'ultimo quarto di secolo. Si parla spesso, e spesso a sproposito di cambiamento di paradigma, ma dieci anni fa è successo esattamente questo: nell'istante stesso in cui è stato presentato ha reso obsoleta un'intera categoria di dispositivi, e ha costretto tutti i concorrenti a inseguire (in alcuni casi a copiare spudoratamente, come Samsung) o morire, come Nokia. Non è un'esagerazione dire che dieci anni fa con l'iPhone è nato lo smartphone come lo intendiamo oggi, e poche cose hanno cambiato la nostra vita quotidiana come quel parallelepipedo di plastica, vetro e silicio che ormai (quasi) tutti abbiamo in tasca.
Quindi, anche da un distaccato ma curioso osservatore quale ritengo di essere: buon compleanno, àiFon!

* Con l'eccezione di un Macintosh Classic trovato nella discarica del mio paese perfettamente funzionante (anche se privo di mouse e tastiera).

domenica 8 gennaio 2017

Vent'anni sull'Interwebs

Esattamente vent'anni fa, l'8/1/1997, attivavo il mio primo abbonamento a Internet e mandavo la mia prima email. Ho un computer dal 1990 e avevo già avuto qualche assaggio della Grande Rete a casa di amici già connessi, o grazie ai Cd che permettevano mezz'ora di accesso gratuito* e che all'epoca si trovavano in allegato alle riviste di informatica, ma con un abbonamento mio avevo finalmente la possibilità di navigare quando volevo, per quanto volevo, senza vincoli e senza dipendere da altri. O meglio: visto che all'epoca si pagavano circa 250.000 Lire all'anno per l'abbonamento** e 127 Lire (più IVA) ogni 400 secondi di connessione e visto che quando il modem era connesso a Internet non si poteva usare il telefono, potevo navigare più o meno per un'oretta al giorno, a partire dalle 18:30 (quando cominciava la tariffa serale, più economica), prima che le urla dei miei genitori sospendessero le mie prime scorribande nel cyberspazio.
È quasi inutile sottolinearlo, ma la Rete era molto, molto diversa da quella attuale:
  • la velocità di connessione erano i 28,8 o i 33,6 Kbit/secondo della normale linea analogica e Internet in mobilità era fantascienza;
  • Safari (rilasciato nel 2003), Firefox (2004) e Chrome (2008) non esistevano: il browser più diffuso, usato da circa il 75% degli utenti, era Netscape Navigator; Internet Explorer, con la versione 3, stava appena iniziando a diventare un'alternativa credibile;
  • non esisteva Google, che sarebbe stato lanciato solo nel settembre di quell'anno; i motori di ricerca che andavano per la maggiore erano Yahoo! e l'ormai defunto AltaVista;
  • non esistevano nè Facebook (2004), nè Twitter (2006) e in effetti non esisteva nemmeno il concetto di social network;
  • non esisteva YouTube (2005) e comunque la banda disponibile avrebbe reso impossibile lo streaming di video; 
  • non esistevano Blogger (1999) e Wordpress (2003), anzi, non esisteva nemmeno la parola "blog", e se si voleva pubblicare qualcosa, si apriva una pagina su GeoCities, e bisognava conoscere almeno un minimo di Html;
  • non esistevano Napster (1999), eDonkey/eMule (2000/2002) o Bittorrent (2001), e il primo software per riprodurre file mp3 era stato rilasciato meno di un anno e mezzo prima;
  • non esisteva Wikipedia (2001).
Eppure, quella Rete pionieristica, lenta e scomoda, sembrava un miracolo, forse ancora più di quella ubiqua, velocissima e smart di oggi. Ricordo che parlando con un mio professore dell'epoca gli dissi che ero convinto che a ogni generazione tocca in sorte una rivoluzione, e che Internet era la nostra. Pensandoci bene ne sono convinto ancora oggi.
 
* Gratuito nel senso che si pagava solo la telefonata necessaria alla connessione, vedere più avanti.
** Le prime connessioni senza abbonamento, in cui si pagava solo il tempo di connessione, sarebbero arrivate nel 1999, anno del primo vero boom di Internet in Italia.